Angelillo de cara sucia (pt. 2), un articolo di Cartavelina || Threevial Pursuit

Angelillo de cara sucia
(pt. 2)

di Cartavelina

Angelillo Inter
Antonio Valentín Angelillo

«…ci fu dato dal massaggiatore di quella nazionale, perché dopo una partita, che avevamo giocato divinamente, avevamo volti e divise sporchi di terra. E quindi Ángeles de cara sucia, gli angeli dalla faccia sporca».

Mi era sempre piaciuto quel soprannome. Intanto devo dirvi che mi piacciono proprio i soprannomi, perché sono i discendenti degli antichi epiteti Greci e raccontano una storia permettendo di visualizzarlo, l’eroe di turno, ma quello in particolare era perfetto. Perché di per sé è un ossimoro: gli angeli, figure candide e noiose, vengono descritti con la faccia sporca, faccia di chi ha faticato o quantomeno è andato in barba alle apparenze. Quindi angelici, per la soavità del loro gioco, ma terreni proprio perché la faccia è sporca.

Presi coraggio e gli chiesi: «Antonio ma perché sento tristezza nelle tue parole?»
Appena pronunciata, quella frase mi parve così scontata, infantile come richiesta e invece avevo centrato il punto senza volerlo.
«Infinita tristezza, perché noi con quel vittorioso torneo abbiamo attirato le attenzioni di mezza Europa. Io andai all’Inter, Sivori alla Juventus e Maschio al Bologna e quella fu la fine della ‘Nuestra’».
«La fine di cosa?»
Perché non sto mai zitto, me lo diceva sempre la mamma: “Callimaco conta fino a dieci prima di parlare e se ti sembra che sia giusto quello che stai per dire, conta di nuovo”.
Angelillo mi rimbrottò subito: «Signor Pierozzi qui mancano le basi però».

maschio angelillo sivori
Omar ‘Cabezón’ Sivori (in basso a destra); Humberto Dionisio ‘Bocha’ Maschio (in basso a sinistra); Antonio Valentín Angelillo (al centro);

Riprese subito con vigore e trasporto: «Non le dice niente ‘Calcio Criollo’, quello decantato da Eduardo Galeano, il calcio sudamericano, individualista e creativo, che può nascere solo se la tua scuola calcio è la strada. La strada, con le sue buche e i suoi sassi, avversari statici ma dolorosi se li prendi sotto gamba, con le sue incognite proprio perché nata per altro scopo. Un calcio in antitesi a quello inglese dell’epoca, il repellente ‘kick and run’. Mai capiti gli inglesi, fanno tutto di fretta, senza concedersi un secondo per rimirare il paesaggio. Palla lanciata in avanti come a volersene liberare, invece noi la palla la corteggiavamo, la palla è seducente e pronta a tradirti se non le dai le giuste attenzioni. Furono argentini e uruguagi a dare nomi alle finte, nomi che rappresentavano il nostro modo di interpretare il calcio».

Speravo che iniziasse ad elencarli e mi concentrai per ricordarmeli tutti.

Ripartì, come un fiume in piena: «La marianela, inventata dal difensore argentino Juan Evaristo, leggenda Albiceleste, consiste in una rotazione di centottanta gradi per difendere la palla con il corpo e poi allontanarla con il piede preferito. Oppure la rabona, inventata da Ricardo Infante, dell’Estudiantes de la Plata, che segnò con questo colpo al Rosario Central dopo che la palla era stata respinta dal palo. L’elástico por el contrario, inventore Juan Carlos Muñoz, esterno della delantera del River Plate, l’attacco di quella squadra che annoverava anche Josè Manuel Moreno Fernàndez detto ‘El Charro’, Adolfo Pedernera, Angel Amadeo Labruna e Felix Loustau: era chiamato ‘La Máquina’ e considerato il migliore di sempre della storia argentina».

Si fermò a riprendere fiato, credo non avesse mai respirato o almeno io non me ne ero accorto. Non mi mossi, cercai di rallentare battiti cardiaci e flussi di pensiero perché niente interrompesse quella magia.
«Sa che dissero che noi, i ragazzi di quella Coppa America del 1957, eravamo i degni eredi di quell’attacco?»
Io annui estasiato. Mi feci coraggio e dissi: «Mi sta dicendo solo cose positive, signor Angelillo…»
Non mi fece continuare: «Aspetti, non sia impaziente, deve avere una visione d’insieme. Cosa sarebbe accaduto nel 1958?»

Mi concentrai come non avevo mai fatto in vita mia. Cos’era successo nel 1958? Non mi veniva in mente niente, poi l’illuminazione. 9 ottobre 1958 era morto Pio XII ma mi ricordai anche che un mesetto prima, il 1 settembre, era scoppiata la Guerra del Merluzzo tra Islanda e Gran Bretagna.
Ero in questa impasse e Angelillo se ne accorse e mi disse con tono dolce: «Vada Callimaco, senza paura, siamo solo io e lei».
Mi rinsavii, inalai aria, allargai il petto, feci lo sguardo più serio che potevo e esclamai: «Ad ottobre sarebbe morto Pio XII». E preso dal fervore di quest’affermazione iniziai a cantare:

«Quando che more un prete, suonano le campane, piangono le puttane, che è morto un avventor. Quando che more un papa suonano il Miserere, ma io c’ho un gran piacere, che è morto il puttanier. Quando che moio io…»

Non mi fece concludere: «No». Allora aggiunsi: «Era il mio dubbio. La Guerra del Merluzzo!»
«Macchè Guerra del Merluzzo, ci sarebbe stato il Mondiale di Svezia, noi eravamo i favoriti e col cavolo avreste sentito parlare del diciottenne Pelé».
Colsi al volo che non doveva essere andato bene per l’Argentina, io mi ricordavo solo del famoso attacco brasiliano e mi vergognai per la storia di Pio XII e della Guerra del Merluzzo. Ma non dissi niente, aspettai. Riprese lui.

angelillo e ilya

«E invece io, Maschio e Sivori non fummo convocati perché avevamo tradito la patria venendo a giocare in Italia. E l’Albiceleste perse al primo turno con la Cecoslovacchia, il famoso Desastre de Suecia».
Io annuii, fingendo di sapere di cosa stesse parlando.

«Così finì la Nuestra, per la stupidità di alcuni dirigenti e perché tre ragazzi decisero di fare il percorso a ritroso dei loro nonni e venire a giocare in Italia. In Argentina prese piede una nuova corrente di pensiero calcistico, il resultadismo. Meno fronzoli, meno bellezza e puntare a vincere qualcosa. Si dovette comunque aspettare il 1978 e i controversi mondiali casalinghi per alzare la coppa, il ‘Flaco’ Menotti come allenatore e una discreta squadra. Passarella, Kempes, Ardiles. Mi vien da sorridere, con noi non avrebbero mai giocato, questo però lo dico io e poi il calcio era cambiato, si fanno anche male i paragoni.

Devo confessarle che mi sento terribilmente in colpa, con il senno di poi non avrei mai attraversato l’oceano e sarei rimasto in patria, dove hanno sempre capito e gustato a pieno il calcio di noi Ángeles de cara sucia. Ora ha capito Callimaco Pierozzi perché lei vede questo ombra di tristezza in me? Il nostro è stato il canto del cigno di ottant’anni di calcio argentino. Poi, ci mancherebbe! In Italia son stato bene, ho un record ancora imbattuto, 33 gol in un campionato a diciotto squadre. Ho vinto a Milano, sponda Inter e a fine carriera a Milano sponda Milan, nel mezzo le vittorie con la Roma e ho trovato l’amore. É soddisfatto della sua storia? Ha del materiale per scrivere qualcosa, non crede?»

«Signor Angelillo senza dubbio, cercherò di fare del mio meglio».

Lo ringraziai e, fatte altre due chiacchiere di rito, lasciai quell’uomo e quella casa. L’articolo su di lui non lo scrissi mai o meglio non raccontai mai quello che mi disse, me lo tenni per me. Scrissi un pezzo elencativo con i trofei vinti e qualche piccolo aneddoto, tanto per renderlo più interessante.

E ora che Antonio Valentín Angelillo ha lasciato questa terra, raggiungendo l’altro angelo, Omar Sivori, dovrei comporre il suo epitaffio giornalistico per ArezzoNoi. Non riesco a scrivere niente di sensato, niente che possa esser capito dalla platea dei miei lettori.

E allora son partito, direzione Galizia, precisamente il paesino di Finisterre. Ho stampato queste pagine, ho comprato una bottiglia di Queimada, intruglio alcolico a base di orujo, un liquore all’uva, chicchi di caffè, zucchero e fette di limone e arancia. Il composto viene fatto bollire e poi servito, si pensava che tenesse lontani streghe e demoni. Mi sono scolato la bottiglia in riva al mare e poi ho inserito dentro queste poche pagine. Ho aspettato il momento propizio – devo ammettere che di onde e maree ho sempre capito poco – e ho lanciato la bottiglia in mare. L’ho guardata mentre le onde la sballottavano di qua e di là, in un frenetico cullare. Sono rimasto lì, su quella spiaggia, finché l’ho persa di vista.

Vi chiederete perché ho donato al mare questa storia. Mi auguro solo che le maree, che ci hanno regalato questo calciatore fantastico, a fine anni Cinquanta, possano portare questa storia dove tutto è cominciato. Mi auguro che la bottiglia, dopo un lungo peregrinare, possa arrivare alla Boca, Buenos Aires e che lì un cuore puro possa leggerla e innamorarsi di un Angelo che si sporcava per sembrare uno di noi.

Cartavelina, 20 aprile 2020

Angelillo de cara sucia (pt. 2), un articolo di Cartavelina || Threevial Pursuit

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