Angelillo de cara sucia (pt. 1), un articolo di Cartavelina || Threevial Pursuit

Angelillo de cara sucia
(pt. 1)

di Cartavelina

Angelillo Inter
Antonio Valentín Angelillo

Mi presento, sono Callimaco Pierozzi, anni quarantadue. Il nome mi è stato dato per onorare un patriota del Risorgimento, Callimaco Zambianchi, forlivese, il Garibaldi in tono minore.

Era conosciuto anche con il soprannome dell’Ammazzapreti: si dice che ne uccise ben otto durante la “gloriosa” Repubblica Romana. Aveva combattuto nella Legione Italiana, a fianco di Garibaldi in Sudamerica. E chi troverà questi fogli scoprirà una storia, quella di un uomo che aveva attraversato l’oceano, facendo il percorso inverso del nonno emigrante, per mostrare al mondo del calcio nostrano che ciò che dirà una ventina di anni dopo Johan Cruyff era totalmente vero. Ed è sempre stata una verità calcistica, dal momento in cui una manciata di bambini hanno arrotolato le giacche o sistemato dei sassi per fare delle porte in una strada sgangherata e polverosa di qualche barrio rioplatense o in qualche prato tagliato all’inglese.

Teorema della pelota numero uno: “Giocare a calcio è semplice ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile”.

È doveroso un antefatto. Io scrivo per ArezzoNoi, una scarsissima rivista che tratta per lo più di calcio di provincia e di buche da riasfaltare nella provincia aretina. Seguo partite del calibro di Bettolle vs Bibbiena o Rassina vs Pieve al Toppo e inevitabilmente devo fare uso di sostanze che alterino il mio stato psichico. Ragazzi, non c’è versi. Quando vedo calciare il pallone in quei campi, con quella cattiveria è bene che non sia del tutto lucido, sennò non potrei sopportarlo. Diciamo che mi drogo per lavoro, non voglio trovarne un altro e devo fuggire dalla realtà. Vado a quelle partite alterato, diciamo pure tutto fatto, e immagino altro.

Quando il trequartista tocca ruvidamente il pallone, come se al posto dei piedi avesse due chiavi inglesi, io sono già perso a immaginare che in quel campo polveroso di provincia ci sia Dragan Dzajic ad accudire la palla come merita.

Quando fischiano un calcio di rigore io immagino che in porta ci sia Lev Jašin a cercare di pararlo: lui, il Ragno Nero, unico portiere ad aver vinto il pallone d’oro nel 1963.

E quando viene calciata una punizione, con quelle rincorse offensive del decoro, quel pallone colpito come se fosse una granata da allontanare il più possibile, io resetto tutto e immagino che a calciarlo ci sia Valdir Pereira, in arte Didì, campione del mondo 1958, facente parte della delantera di quel Brasile, diventata uno scioglilingua: Didì-Vavà-Pelè-Zagalo-Garrincha. Oppure Mario Corso, giocatore della Grande Inter, quella di Helenio Il Mago Herrera, inventore della punizione, calciata, a “foglia morta”.

angellilo albiceleste
Angelillo con la maglia dell’Albiceleste

Se in campo c’è un giocatore più estroso degli altri, basta poco, è sufficiente che sappia allontanare, mentre corre, il pallone meno di un metro dal suo piede e io sono già perso dietro a una farfalla tinta di granata che di nome faceva Luigi, detto Gigi, e di cognome Meroni. Seppe riportare pace nei cuori dei tifosi del Toro quindici anni dopo la tragedia di Superga, restò per tre anni e poi raggiunse nello stadio eterno gli Immortali, traditi dalla collina maledetta.

Quando vedo un difensore che ha un minimo di senso della posizione e gagliardia fisica e morale, è come se scorgessi Josè Nasazzi Yarza, semplicemente Nasazzi, soprannominato El Gran Mariscal, capitano dell’Uruguay campione olimpico nel 1924 e nel 1928 e campione del mondo nel 1930.

A volte invece vi scorgo il suo erede, Obdulio Jacinto Muiños Varela, ma tutti si fermavano a Obdulio, capitano dell’Uruguay campione del mondo nel 1950.

Sono in continua fuga dalla realtà che mi circonda e vi posso assicurare che non è facile da condurre come esistenza, però di vita ce ne hanno data una, e una sola, e quindi a un certo punto ci si riesce anche ad abituare.

Poi succede che un giorno, che dovrebbe essere uguale al precedente e quindi spesso noioso da vivere, accada qualcosa che ti cambi l’esistenza – oddio forse troppo forte come affermazione – diciamo che ti riporti a pensare che tutto sommato una vita vissuta è meglio di una buttata.

Il cliché hollywoodiano prevederebbe “l’amore della vita”, nel mio caso è stata la possibilità di andare a intervistare a casa, per i suoi settant’anni, Antonio Valentín Angelillo.

A questo punto vi chiederete perché Angelillo volesse rilasciare un’intervista ad ArezzoNoi. E io che ne so?!

Ma se devo essere onesto me ne son fregato e sono andato a casa sua, perché aveva deciso di vivere ad Arezzo, e l’ho ascoltato per un pomeriggio, come si fa con i propri idoli. E ora, che siamo ai primi di gennaio del 2018, son qui a dover mettere insieme parole che lo omaggino per la sua dipartita.

Quando arrivai a casa sua mi accolse un uomo sulla settantina – in realtà proprio settanta tondi tondi – distintamente vestito, con un naso largo da pugile, capelli inevitabilmente cinerei e un’aria da tanghero stanco.

Mi disse di accomodarmi e facendolo indicò una poltrona in stile impero, una poltrona importante. Si assentò un attimo, non so per fare cosa, tornò con due bicchieri d’acqua ma ci aveva messo troppo, se il tempo fosse servito solo per l’acqua. Restai con questa curiosità. Si mise anche lui a sedere e iniziò ad osservarmi, come se volesse capire se ero pronto. Devo ammettere che mi sentii giudicato. Per fortuna si decise a dire qualcosa: «Vuole cominciare lei?» Grazie Angelillo, pensai.

«Come mai la scelta dell’Italia? Come mai venire a giocare nel Bel Paese?»
Mi guardò per qualche secondo, secondi che a me parvero ere e poi mi disse, o sarebbe più appropriato sussurrò: «Lei guarda la cosa dal punto di vista sbagliato, signor Callimaco. Il punto non è perché io scelsi di venire in Italia, ma perché l’Italia si accorse di me?»

Pronunciata da lui, in quell’italiano perfetto ma con quel retrogusto latinoamericano, mi sembrò una verità ineludibile, qualcosa di dogmatico. Ero pronto a farmi ardere, per legittimare quel credo. Riuscii però a dire solo: «Nel senso?»
Prese fiato.
«Nel senso che io arrivai in Italia nel 1957, avevo vent’anni, dovrò pur aver fatto qualcosa per meritarmi tutta quest’attenzione dal campionato più importante del mondo, non crede?»
Credetti subito che avesse ragione.
Forse perché mi vide frastornato o forse solo perché voleva parlare, continuò: «Nell’estate del 1957 c’era stata la Coppa America, in realtà fino al 1975 si chiamava Campionato Sudamericano, e la Nazionale Argentina…»

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Los Ángeles de Cara Sucia: Osvaldo Héctor Cruz (in piedi a destra); Omar ‘Cabezón’ Sivori (in basso a destra); Humberto Dionisio ‘Bocha’ Maschio (in basso a sinistra); Antonio Valentín Angelillo (in basso al centro); Oreste Omar ‘Loco’ Corbatta (in alto a destra).

Si fermò, io smisi anche di respirare per paura di disturbare i suoi pensieri, per fortuna riprese a parlare perché sapevo di avere un record di apnea di 46”, poi sarebbe stato collasso.
«Scusi, sa i ricordi di gioventù…»
Io annuii, ma devo ammettere che se avesse detto “Pere, Cavallo, Crisantemo”, il famoso gioco delle tre parole, avrei annuito lo stesso, mi aveva in pugno.
«Eravamo una bella squadra, tutti giovani, molto forti, tecnicamente una delle migliori Argentine che ci siano mai state. E poi la delantera, parlavamo lo stesso linguaggio calcistico e le posso assicurare, signor Callimaco, che quando con i tuoi compagni di reparto ti intendi con uno sguardo, tutto viene più facile. Ma lei sa chi erano i componenti di quella linea d’attacco?»

Mi sentii morire, sapevo di saperlo, ma in quel momento il vuoto, più totale. Balbettai delle consonanti, a un ritmo velocissimo, troppe consonanti. Ricominciò lui a parlare e iniziò a dire dei nomi che ridestarono le mie membra ma soprattutto le mie sinapsi.
«Da dove vuole che parta, destra o sinistra?»
Ero sempre più confuso: “Destra di cosa, sinistra perché”. Per paura che il discorso, a mia insaputa, fosse virato sulla politica stavo per innalzare il pugno sinistro al cielo, ma per fortuna non lo feci. Sarei passato, agli occhi del grande Angelillo, per uno psicopatico.
«Facciamo così, gliela dico da sinistra a destra, va bene?»
Annuii.

«Osvaldo Héctor Cruz, il più anziano di noi, ventisei anni, ala sinistra; Omar ‘Cabezón’ Sivori, anni ventidue; Humberto Dionisio ‘Bocha’ Maschio, ventiquattro anni; Io, il più giovane, vent’anni; e ala destra Oreste Omar ‘Loco’ Corbatta, ventun’anni».

Si interruppe, lo sguardo perso nei meandri dei suoi ricordi. Attesi, rispettosamente, che avesse voglia di continuare, fu un’attesa relativamente breve. Devo ammettere che l’accelerai, involontariamente, con un leggero colpo di tosse.
«Scusi Callimaco» riprese «sa l’età inizia a farsi sentire. Dicevamo, eravamo spavaldi e sapevamo della nostra forza, non starò qui ad annoiarla con i resoconti delle partite».
Pensai che se avesse voluto lo avrei ascoltato anche recitare la lista della spesa, immaginarsi i resoconti delle partite ma per pudore non lo dissi.
«É lì che ci dettero quel soprannome».
«Quale?» intervenni io.
Sapevo benissimo quale fosse il soprannome ma volevo farglielo dire, volevo sentire come si pronunciava. La sua bocca si increspò come un’onda vogliosa di fuggire dall’infinità dell’oceano e poi rise, dolcemente.

«Ángeles de cara sucia, gli angeli dalla faccia sporca…»

Angelillo de cara sucia (pt. 1), un articolo di Cartavelina || Threevial Pursuit

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