Accidia, un racconto di G. Bindi || Three Faces

Accidia un racconto di G. Bindi_illustrazione di G. Brachi

Accidia

di Gianluca Bindi

Illustrazione di Giulia Brachi

 
Un gemito dall’oltretomba. Spengo la luce, mi accascio sul letto. A giudicare dalla luce che filtra dalle finestre sprangate sembra sia sera: un’altra giornata se n’è finalmente andata.

Il tuo costante abbandono è quasi più preoccupante della tua puzza. Ha intriso il letto su cui giaci da giorni. Sei il cadavere di te stesso. Gli altoparlanti muti, e tu continui a fissare il soffitto da cento anni. Indeciso, non sai nemmeno cosa scegliere fra tutta la tua musica, minuziosamente e istericamente ordinata. Vado sul sicuro. Bravo, il tuo gruppo preferito, da quanto tempo non l’ascoltavi. Chiudi gli occhi e stammi a sentire: il tuo corpo relegato ad una gabbia passiva può riconoscere ancora i sentori di un’estate passata, le onde che solleticavano il tuo udito quella sera. Che bella sera, ricordi? Lasciala stare quella sera, sto cercando di godermi la canzone. Ti sentivi così protetto dal suo sorriso, lungo la passeggiata. Ti fermasti a comprare quel disco tanto agognato dal tuo desiderio di completezza. Odiavi lei perché non capiva, figuriamoci se poteva addirittura condividere l’ascolto di quella musica. Quella musica dannatamente distorta e perfetta. La musica in cui ancora credi di trovare nascosto tutto ciò che stai cercando. A che scopo cercare di farla comprendere? A che scopo provare a spiegare? Tempo sprecato. Così sordo è l’orecchio che si riempie costantemente di banalità. Ti amava per come eri, e ti odiava per lo stesso identico motivo. Non ci voglio pensare. E tu – oh ingenuo!- non hai fatto altro che sciacquarti la bocca e le mani con le stesse banalità, solo per godere ancora un giorno in più del suo sorriso. Veramente penoso. Sapevi che eravate distanti e che sicuramente non era lei la più stupida tra i due. Avresti voluto evadere da quella prigione, ma non potevi liberarti dei suoi occhi. Quegli occhi in cui ti perdevi, vedendovi spesso riflesso il fallimento della tua personalità. Ma anche una subdola dose di effimera felicità. Finiscila! È solo passato, che cambia?

La musica è sempre stata la tua passione, ma in quei mesi diventò uno sfogo: una liberazione, un manifesto della legittima rivendicazione del tuo spazio vitale. Le note si aggrovigliavano in figure geometriche sempre più strane e composite; i tempi dispari le scandivano, abbracciando sonorità così sporche e malate. L’oscuro senso di quei componimenti affollava di interrogativi quella parte di mente, che si poteva esimere dal contemplare tale connubio di enfasi e bellezza. Lasciami in pace, cazzo. No, ora mi ascolti. Quante lacrime, quanti sussulti sugli incisi così sfacciatamente irregolari che illuminavano il mondo di una luce così diversa, così giusta, finalmente. E la pelle d’oca che anche adesso sembra ricalcare lo spartito, a bruciar via le tue croci. Ti vedo commosso ancora, come quando eri un ragazzino. Lo sono ancora, un ragazzino. Lo eri. Appena un anno fa.

Occhi chiusi, non devo far trapelare neanche un dettaglio. Preziosi particolari che facciano intravedere anche solo un po’ di speranza. Tanto sappiamo tutti e due che domattina sarà sempre la solita merda. È inevitabile.
Sappiamo tutti e due che dovresti fare qualcosa della tua vita, invece. Dovresti almeno cercare di interessarti a qualcosa che non sia tutto. Cercare di essere brillante con la gente, di stringere nuove amicizie e di consolidare quelle di vecchia data. Ma se non reagisci continuerai invariabilmente a crogiolarti nella noia e nell’indecisione. Ancora un altro inutile giorno svanirà al tuo cospetto, aspettando che ti cada dai cieli un’improbabile folgorazione divina. Patetico, riporre tutte le aspettative in un accidentale inciso del fato, non trovi?
Il caso scorre liscio, non può essere toccato. Scendi dalla tua nuvoletta! È assurdo, hai talmente poche palle che pensi che sia la falla di un universo così cieco e vorace, a fare la differenza; a salvarti dal naturale epilogo delle cose, subìto distrattamente mentre non hai mai mosso un dito quando potevi farlo.

Guardati: sdraiato, immobile, solo come un cane, mentre ti lampano in testa reminiscenze di sogni adolescenziali seppelliti, fatti a pezzi dalla cruda realtà. Se non vuoi, fallirai sempre.

E che dovrei fare? Io l’amavo! Sì, certo, devi soffrire davvero tanto. Ma lasciami affondare il coltello nella piaga, genio: sei in questo stato avanzato di decomposizione perché l’amavi, oppure perché la consideravi talmente insignificante da non mettere in conto che potesse ferirti in questo modo? Dì la verità sacco di letame: ti fa più male il fatto che ti abbia tradito con un altro essere insignificante alla sua portata, oppure l’aver realizzato che il tuo ego fasullo era costruito interamente sull’impettito confronto con chi non poteva reggerlo? Lasciami stare. Ora basta! Apri gli occhi: l’ultima canzone è finita e non te ne sei nemmeno accorto. La pura arte che ha custodito finora il tuo corpo, neanche lei può più niente per te. Adesso capisci finalmente che solo io posso farti uscire dall’inettitudine che ti attanaglia? O farai finta di niente come ami fare? Ti piace subire le maledizioni e le conseguenze dei punti critici? I nodi vengono inesorabilmente al pettine se li lasci galleggiare costantemente in balìa del caso. Devi fidarti di me, sono qua per aiutarti.

Alzati, fatti guidare. La linea della disperazione si irradia dalla tua ombra coperta di buio. Il mesto silenzio è il non odore, il non sapore, la miopia di questa stanza e della tua più recente esistenza.
Ottimo, un passo alla volta, raggiungi il bagno. Guardati allo specchio. Chi è lui? Lo riconosci? A me sembra un ammasso di reiettume, un ameba senza spina dorsale. Una brutta copia sbiadita che s’intravede dalla barba non curata, dall’addome non più scolpito, dagli occhi stanchi che non sanno dove guardare, una volta pieni di passione. Sorridi, ammicca, piangi, stupisciti. Vedi qualcosa di vivo nelle tue espressioni? Pensi che quest’ascetismo soporifero possa attenuare i tuoi fantasmi? Lo vuoi capire che non è la dialettica della tua vita, non sono gli altri, gli amici, non è nemmeno lei. Non è neppure il ricordo di lei che ti sta uccidendo. Sei tu stesso.
Ti ordino di lavarti il viso, lentamente. Il sapone liquido sulla mano destra. Passalo piano sotto l’acqua e detergiti il viso. Senti che bella sensazione? Senti questa bianca schiuma che cinge i peli del tuo viso? Adesso sul naso, sulla bocca. Gli occhi, la fronte, il collo. Prendine un altro po’ e bagnati anche i capelli. Alza lo sguardo di nuovo allo specchio. Guarda la tua forma buffa e ridicola. Adesso trascendila e prova a vedere cosa c’è dentro. Riesci a vedere qualcosa
Non vedo niente. Lo so. Non vedi niente perché non sei nient’altro che niente. Sciacquati, togli il sapone. Fissa ancora lo specchio. Cosa noti?
(…Silenzio…)
Muoviti, sto aspettando.

Vedo zampilli d’acqua che cadono inesorabili dai miei lineamenti e si riassumono in tante piccole acciaccature sul marmo del lavandino. Mentre i più audaci, solcano sotto la maglietta le fattezze del mio corpo.
E cosa deduci da tutto questo, lurido microbo?
La gravità vince sempre.
Ottimo, davvero notevole. Tieni bene in mente la frase che hai detto, e fattene una ragione.
Adesso vai in cucina, prendi il bicchiere e la bottiglia ammezzata di scotch scadente. Siediti e inizia a scrivere ciò che ti ordino. Bevi il tuo scotch, buttalo giù. L’immagine di lei è meschina: non solo non vuole andar via, ma presenta il conto a intervalli regolari. Sai benissimo di non averla mai incontrata veramente, quindi non puoi lasciare che il suo ricordo ricicli disperazione in eterno. La tua mente mi ha creato apposta per distruggerlo. Questa notte sei mio, inizia a scrivere. Quando non c’è musica che salvi, l’inciso sono le parole che tieni dentro.
E forse domani sarà un nuovo giorno. Forse non sprofonderà di nuovo nella gaia noia.
 
 

Accidia, un racconto di G. Bindi || Three Faces

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