50 anni di Batigol pt. 1 di A. Biagioni || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

Batigol Arsenal

30 Gen 50 anni di Batigol pt. 1 di A. Biagioni || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

50 anni di Batigol pt. 1

La storia

di Andrea Biagioni

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C’è una provincia argentina a cui Firenze deve tutto o quasi, almeno quella del pallone. È la Provincia di Santa Fè, situata a ovest del Rio Paranà che segna il confina con quella di Buenos Aires. In verità, i calciatori argentini hanno con la maglia viola un rapporto privilegiato: ne sono venuti tanti negli anni a Firenze, molti proprio da Bueons Aires, in lungo percorso che parte da Francisco Lojacono, passa per Daniel Passarella e arriva fino a Gonzalo Rodriugez. E hanno scritto pagine bellissime della storia della Fiorentina, ma quelle vergate dai santafesini sono semplicemente indelebili.

1° febbraio 1969

Nel 1875, Nicolás Avellaneda è stato eletto presidente argentino da pochi mesi ma non ha molto tempo per festeggiare, perché la situazione dell’Argentina sta superando i livelli di criticità sia dal punto di vista politico che economico. I partiti sono letteralmente in guerra, tanto che alcuni hanno già tentato di rovesciare lo stesso Avellaneda, fallendo. Il presidente si rende conto che serve una “politica di conciliazione”, serve soprattutto tenere vicino il popolo e l’unico modo per riuscirci è far ripartire l’economica. Decide di promuovere la Ley 871, meglio conosciuta come Ley Avellaneda, ovvero: si aprono le frontiere per far arrivare manodopera dall’Europa, garantendo agli immigrati di poter coltivare le terre dell’interno del paese.

Miguel MontuoriDall’Italia arrivano a milioni. Da Napoli, per esempio, arrivano i Montuori che si stabiliscono a Rosario. Mezzo secolo dopo, uno di loro s’innamorerà di una splendida nera e nel 1932 avrà da lei un figlio, un meticcio, a cui daranno il nome di Miguel. Miguel sarà il primo capitano nero della Nazionale Italiana, il primo argentino a vestire la maglia viola, ma soprattutto sarà uno degli eroi del primo scudetto viola. Poi, finirà tutto in un giorno di aprile del 1961, per una pallonata che provoca a Miguel il distacco della retina. Ad appena 28 anni, all’apice della carriera. Con i suoi compagni farò in tempo ad alzare il double: Coppa Italia e Coppa delle Coppe, la prima della storia. Miguel però sa che la sua vita da calciatore è finita. Firenze ha perso il suo numero 10, ma il destino sa di avere un debito con Firenze e con i suoi tifosi e nel 1969 crede sia arrivato il momento di ripagarlo. Solo che il risarcimento è doppio e unisce due mondi.

All’inizio di quell’anno, Gloria Zilli sta partorendo un maschietto. Lo fa in un piccolo paese santafesino a cinque chilometri da Reconquista e abitato da poche migliaia di anime. Hanno deciso di chiamarlo Avellanenda, come il presidente che aveva permesso loro di coltivare quelle terre. Principalmente sono immigrati friulani, lavorano la terra o allevano carni come la famiglia di Gloria. O come la famiglia di Osmar che è arrivata fin lì da Borgnano per volere di Domenico e che appena sbarcata a Buenos Aires ha perso subito qualcosa, ovvero due T. Loro infatti di cognome farebbero Battistutta, ma all’anagrafe argentina si spiegano evidentemente male e vengono rinominati con un più musicale Batistuta. Quasi un secolo dopo però, il 1° febbraio 1969, all’anagrafe di Avellaneda Osmar e Gloria devono dare un seguito a quella musicalità. “Gabriel Omar, senti come suona bene”. “E sia, nostro figlio si chiamerà Gabriel Omar Batistuta“.

Il piccolo Batigol

Nel frattempo in Italia, si gioca la prima di ritorno di un campionato che alla fine vedrà la Fiorentina di Bruno Pesaola, un altro argentino, conquistare il suo secondo scudetto dopo una lunghissima lotta contro il Cagliari di Gigi Riva. In quel 2 febbraio 1969 a scendere in campo al Comunale di Firenze, ci sono Fiorentina e Roma. Dite che sia una coincidenza?

18 agosto 1991

Ci sono momenti in cui una frazione di secondo, un movimento in anticipo o in ritardo di pochi millimetri segnano il confine tra la certezza del fallimento e l’inizio di una splendida storia d’amore. È quello che accade in una fredda domenica di febbraio. Ma per arrivare qui bisogna partire dall’afoso agosto fiorentino del ’91.

Firenze ribolle, ma non è solo per il caldo. Gabriel Omar sta entrando all’Artemio Franchi (fu Stadio Comunale) per conoscere i suoi nuovi tifosi. In realtà, Gabriel al Franchi c’era già stato ma da spettatore nel 1989. Tra gennaio e febbraio di quell’anno era stato ceduto in prestito dal Newell’s Old Boys al Deportivo Italiano, che doveva partecipare al Torneo di Viareggio. Gabriel era già promesso sposo del River Plate, ma qualcuno pensò che un assaggio di calcio europeo potesse fargli bene e farlo notare. Detto fatto: tripletta nel girone col CSKA Sofia e passaggio del turno a scapito del Milan. La dirigenza per festeggiare porta i ragazzi allo stadio per una partita di Serie A. Guarda un po’, è un Fiorentina-Roma.
Batigol e MaradonaDue giorni dopo, il Deportivo si gioca i quarti con il Torino e Gabriel compie vent’anni, ma li festeggia nel modo peggiore, perché la partita finisce 0 a 0 e ai rigori lui sbaglia quello decisivo. Si consola la domenica successiva. Prima di tornare in Argentina infatti, si va a Pisa dove gioca il Napoli e se sei un argentino, e hai l’occasione di veder scendere in campo Diego Armando Maradona, tutto può aspettare, anche l’aereo per casa.

Diego e Gabriel si incontreranno di nuovo proprio nell’estate del 1991. Diego nelle vesti di tifoso, Gabriel in quelle di giovane promessa ormai destinata all’Europa. Lo ha appena ingaggiato la Fiorentina, nonostante quel soprannome un po’ ingombrante che si porta dietro da anni, El Camion, che tradotto starebbe per “potente, ma certamente non bello da vedere”. Ha appena vinto il suo primo scudetto col Boca Juniors, la squadra di cui sia lui che Diego sono sempre stati tifosi, e la Copa América con l’Argentina, dove è stato protagonista. Il suo procuratore Settimio Aloisio prima di ogni partita gli ricordava: «Gabriel servono sei reti in questa Copa per andare in Europa». E ogni volta che segnava cercava Aloisio in tribuna e gli chiedeva: «Quante ne mancano Settimio?»

Ora però in Europa si deve andare sul serio e a Firenze hanno aspettative alte perché sono orfani. Come negli anni ’60, quando Miguel Montuori era stato costretto da un destino beffardo a lasciare il calcio, anche nel ‘91 i tifosi viola hanno una ferita che difficilmente si può rimarginare. Da un anno infatti, Roberto Baggio, erede designato di Antognoni, è stato ceduto ai gobbi, causando una sommossa popolare e la fuga dell’ex presidente Pontello a favore della famiglia Cecchi Gori, che prende il potere: roba da far impallidire la Firenze dei Medici. E Gabriel lo sente in quella calda giornata di metà agosto. Sente che si aspettano da lui qualcosa che non è convinto di poter comprendere fino in fondo. Ma in quel momento si ricorda anche le parole di Diego, del suo idolo di cui teneva il poster in camera e che stava a guardare a giornate intere, chiedendosi se davvero fosse il caso a sedici anni di mollare il basket per giocare a calcio. «Gabriel, tranquillo. Con le tue caratteristiche in Italia sfonderai sicuramente». Un auspicio che, come tutte le profezie che si rispettino, ha bisogno di tempo per avverarsi. Ma di tempo Firenze non ne ha.

26 febbraio 1992

È la prima di ritorno, al Franchi arrivano i gobbi ed è ora che questo Batistuta faccia quello che deve fare, perché i gol sono appena 3 in 17 partite. Nei circoli fiorentini, i vecchi tifosi sono scettici. «Sarà anche forte ‘st’argentino, ma un la butta dentro». Qualcuno già scomoda il recente e infelice precedente di un altro argentino, Oscar Dertycia, e lo proclama nuovo bidone del secolo. Gli intenditori dicono che in fondo, Daniel Passarella aveva ragione: è grezzo, tutta potenza, non ha stile, non fa la differenza. Ma Passarella non ha mai rispettato Gabriel quando lo ha allenato al River: non lo ha rispettato come calciatore e soprattutto come uomo. Invece, Gigi Radice sì. È arrivato in corsa Radice, prendendo in mano una situazione tecnica complessa ma almeno lui in Bati, come ormai lo chiamano a Firenze, vede qualcosa. Lavora sui suoi fondamentali, la fa cresce: ha solo bisogno di sbloccarsi, poi non lo fermerà nessuno. E quale occasione migliore, se non contro la Juve?

Per diventare un idolo dei tifosi viola servono tre cose: avere una cuore enorme; amare la città e i suoi tifosi; segnare un gol decisivo ai gobbi. Il cuore a Gabriel non manca e rispetta i tifosi e la città, ma l’Argentina la sente lontana.

Batigol contro la juve

Il gol alla Juve nel Febbraio del 1992

Manca la passione a Gabriel e quel gol che può cambiare tutto. Poi, è tutto in una frazione di secondo: Carobbi gira dal limite un cross verso il centro dell’area, il movimento di Gabriel è nei millimetri giusti e la palla s’infila alla sinistra di Tacconi. Lo stadio esplode. Gabriel sente un boato che forse ha sentito solo alla Bombonera quando per il Boca ha segnato al River. Si guarda attorno e pensa che le due cose che gli mancavano, adesso le ha trovate, nello stesso momento. È come era accaduto al suo trisnonno Domenico appena sbarcato a Buenos Aires, anche Gabriel sente il suo cognome venir trasformato, reso musicale, scandito dal tempo di un coro che non lo abbandonerà mai più. Da quella domenica di febbraio, Gabriel Omar Batistuta è diventato Batigol. La storia d’amore con Firenze è appena cominciata.

22 maggio 1994

Dopo quel gol alla Juve, la carriera di Gabriel a Firenze cambia radicalmente. Alla fine di quella stagione, mette a segno altre 9 reti e nella successiva, quella 1992/93, alla 14.ma giornata ne ha già segnate 7. La Fiorentina vola, nonostante qualche scivolone iniziale, ma è seconda dietro al Milan di Baresi, Maldini e Van Basten. Ma Firenze ha una capacità straordinaria nel farsi male da sola e il 3 gennaio accade qualcosa di inspiegabile. La Fiorentina perde malamente in casa con l’Atalanta e Gigi Radice viene esonerato dopo l’ennesima violenta discussione col patron Vittorio Cecchi Gori. È l’inizio di una discesa all’inferno che culmina con una retrocessione fatta di cattiva gestione e sospetti, magari anche fondati su certe “interferenze” della FIGC guidata da Matarrese. L’unica verità sono le lacrime di Batigol alla fine dell’ultima giornata di quel campionato. È la prima volta che piange per Firenze.

Eppure, in quel momento, forse Gabriel si rende conto che il rapporto col popolo viola è diventato più di una semplice condivisione di gioie o dolori sportivi. È passione pura, in cui il calcio è solo un mezzo per mantenerla viva. È una passione a cui non sente di voler rinunciare. E mentre è sull’aereo che lo riporta in Sudamerica, dove con l’Argentina giocherà la Copa América, fa una promessa a sé e ai suoi tifosi.

Chissenefrega del Real Madrid, chissenefrega del grande calcio! Io vado in Ecuador, vinco la Copa, torno a Firenze e riporto la Viola in serie A”.

Ed è esattamente quello che fa. Rifiuta il Real, che con i suoi soldi può comprare tutto ma non l’anima, segna la doppietta decisiva nella finale di Copa América contro il Messico e torna a Firenze. Segna 16 reti e il 22 maggio del 1994 la Fiorentina torna in Serie A. Batigol ha mantenuto la promessa e Firenze non dimentica. Gabriel, che ha appena compiuto 25 anni, è diventato un uomo e sa che, ancora una volta, questo è solo l’inizio.

Batigol capitano

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