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11 settembre: Generation Gap, un articolo di B. Bendinelli e A. Polverosi II Three Faces

2001-11-settembre

11 Set 11 settembre: Generation Gap, un articolo di B. Bendinelli e A. Polverosi II Three Faces

11 settembre: Generation Gap

di Benedetta Bendinelli e Andrea Polverosi

11 settembre

Innanzitutto, auguri. A tutti noi. In verità, sono auguri un po’ grotteschi perché oggi la nostra epoca, il mondo come lo conosciamo è maggiorenne. 18 anni fa, l’11 settembre 2001, esattamente alle 14.46 ora italiana, il volo AA 11 diretto da Boston a Los Angeles si schianta contro la Torre Nord del World Trade Center di New York. Alle 15.03 vediamo tutti, ma proprio tutti il volo UA 145 esplodere dentro la Torre Sud e tutti sappiamo esattamente dove eravamo e cosa stavamo facendo quando abbiamo visto o sentito quello che stava accadendo. Banale sì, ma sono proprio questi i due elementi che rendono un evento “epocale”: passano gli anni, ma il tempo e lo spazio di quel momento sembra essere rimasto cristallizzato per chi l’ha vissuto; il momento in cui la parola “Terrore” tramutava il suo significato in qualcosa di globale, quotidiano e costantemente imminente e non come un evento eccezionale, fuori dell’ordinario. Per questo, l’11 settembre 2001 è una data “storica” nel senso più pregnante del termine, perché da allora la Storia si divide tra ciò che il mondo era prima e ciò che è diventato dopo l’11 settembre.
Noi abbiamo deciso di dare il nostro contributo, facendo un esperimento. Abbiamo messo a confronto due generazioni. Quella di chi all’epoca era adolescente e più o meno consapevole di quanto stava accadendo, rappresentata dal pezzo Caduti in basso di Benedetta Bendinelli. E quella di chi, poco più che bambino, vedeva le immagini e le facce preoccupate o addirittura spaventate dei grandi, senza capire perché tanto sconcerto di fronte all’ennesimo film di Steven Seagal, salvo poi capire che l’Inespressivo di Lansing non centrava nulla, che quella era la realtà e non trash hollywoodiano, anche se poi i complottisti ci hanno provato in tutti i modi a ridurlo come tale. Di questa seconda schiera ci renderà conto Andrea Polverosi con Cartoni animati e complottismi. Buona lettura!

Folla Twin Towers

Caduti in basso

 

Le Twin Towers sono due di quei giochi da urlo installati al parco di Mirabilandia, costruite con due originali torri da estrazione petrolifera che s’innalzano per sessanta metri d’altezza; una ti fa schizzare in alto e l’altra ti sputa a terra a una velocità di circa ottanta chilometri orari. Mia madre vomitava al solo pensiero, mio padre mi ha accompagnata qualche volta ma poi sono sempre salita da sola, su quelle poltroncine di pelle nera che si appiccicavano alle cosce sudate di caldo e di paura. La mia preferita era la numero due, la cosiddetta turbo drop. Una volta arrivati fino all’estremità della torre ci vogliono circa otto secondi prima di cadere a peso morto verso il basso. In quegli otto secondi godevo sul serio, mi tremavano le gambe sempre troppo magre e mi tremavano anche le budella. Godevo perché tremavo, e tremavo perché godevo. Contavo alla rovescia – tra i denti, tra le mani – e sussurravo le mie prime bestemmie. Finiva tutto nel giro di poco, anche le vibrazioni intestinali duravano uno schiocco di dita. Ma l’adrenalina mi restava dentro, era un misto tra uno stimolo urinario e un orgasmo acerbo. E così facevo ancora la serpentina negli orari dei pasti, per poi chiedermi: mentre si cade dall’alto, consapevoli di cadere molto in basso, cosa si prova? Lo volevo sapere e lo volevo sentire, per questo mi piacevano le Twin Towers, sopratutto la turbo drop, ed erano le uniche torri gemelle che conoscessi.

Twin Towers downNel settembre del 2001 avevo da fare. C’erano il cambio d’istituto, l’esame d’ammissione, la verginità agli sgoccioli, le sigarette da nascondere e le pausiniane inquietudini di vivere. Tutto quello che mi gravitava intorno era come un soffio d’aria autunnale in mezzo a una tormenta d’inverno siberiano. L’egocentrismo di un adolescente è in grado di sotterrare qualsiasi altra forma di accennato solipsismo ma è così che si tira a campare in quella fase, con i lamenti e i sogghigni. Quando la zia, che aveva lo studio sotto casa, mi chiamò all’improvviso al telefono per dirmi di accendere la tivù, stavo ripassando i quattro stadi dello sviluppo cognitivo secondo Piaget. Studiavo, mi lamentavo, studiavo e mi lamentavo. La mattina di quel settembre si lamentarono un po’ tutti, con urli e pianti a reti unificate. Qualcuno diceva che il mondo stava finendo, altri che la Terza Guerra Mondiale era ormai fuori casa. Non capivo, non capivo nulla. Le persone in televisione si tappavano la bocca con le mani, come a trattenere un conato. Il telegiornale della Rai passava le immagini in diretta di una metropoli dilaniata nelle fondamenta, con il cielo in fiamme e le strade intossicate. La reazione pavloviana a certi tragici accadimenti sono le famose mani nei capelli, e invece tutti si coprivano la faccia per non guardare. In quegli anni non eravamo abituati al sensazionalismo da scrollare e la reazione più comune alla morte in diretta era ancora la negazione visiva: non voglio vedere, mi fa impressione, cambia canale. Non so dire cosa fosse, paura o eccitazione, curiosità o perversione, ma volevo vedere anch’io. Volevo vedere tutto.

La guerra del Golfo aveva spaventato la mia generazione facendoci credere che i nostri padri sarebbero partiti con i fucili in braccio. Verso la fine degli anni Novanta, dentro le case italiane, strisciava ancora il fantasma di Chernobyl e della guerra jugoslava. Da poco si era cominciato a parlare del conflitto iracheno e l’America continuava a essere il sogno dorato, ma niente di tutto questo sembrava davvero vicino, e nessuno aveva davvero paura.

Lo pensavo a sedici anni e lo penso ancora oggi: i grandi cambiamenti storici alimentano il progresso e giustificano il regresso. Il progresso, inteso come miglioramento trasversale della qualità della vita e della conoscenza giustamente applicata, è difficile da riconoscere e da percepire concretamente nel quotidiano. Le svolte miracolose di una società passano quasi inosservate sopra noi comuni e insicuri mortali, predisposti per nostra natura alla distruzione collettiva e individuale. Il regresso invece, individuale o sociale, quello sì che salta all’occhio e ci fa riposare sugli allori. Per dirla in parole povere: migliorare ci stanca, peggiorare ci rilassa. Da un certo momento in poi della mia vita ho iniziato a fare caso al regresso dell’umanità, a quello che mi pareva un viaggio a occhi chiusi nel senso opposto di marcia di una positiva svolta sociale. Come Giambattista Vico (ma molto più rozzamente) rifiutavo ogni speranza di evoluzione concreta che potesse terminare con una stabilità universale e positiva. La decadenza, per quanto me ne intendessi all’epoca, era un naturale e inevitabile tappa del percorso circolare storico, una giustificazione alla catastrofe. Tutto scorre – panta rei –  e scorrono via anche i morti per strada e quelli intrappolati in un aereo. Non avevo veramente paura e così la parola terrorismo, ormai sulla bocca di tutti, mi pareva l’iperbole di una realtà distante. Le torri crollavano e si parlava di crollo di una civiltà, si parlava della fine di un’era, si pensava già alla fine ma questa volta sembrava seria, e non come quella sceneggiata del millennium bug.

erika omarNon avevo paura, le macerie fumanti sotto le ali spezzate dei Boeing 767 non mi spaventavano ma qualcosa era cambiato, me ne rendo conto adesso. Dentro e fuori casa mia qualcosa si era spento, che fosse speranza o lungimiranza, nella mia testa di adolescente fresca di filosofia e world wide web qualcosa si era interrotto all’improvviso. Pensavo al mio passaporto che probabilmente non avrei più utilizzato. Pensavo agli alieni, che forse sarebbero arrivati davvero a colonizzare la terra. Pensavo alle guerre fredde, al crollo monetario, alla povertà e alla carestia, alle prese di potere, a Saddam Husayn, alle bombe nucleari e infine pensavo all’apocalisse. Una veloce e violenta apocalisse.

Nel febbraio dello stesso anno Erika e Omar, allora sedicenni come me, avevano brutalmente assassinato la madre e il fratello di lei, in un paesino piemontese che poteva essere la mia candida provincia. L’apocalisse, per me, era già cominciata con quella vicenda che mi aveva scossa ancora di più del crollo delle torri gemelle e degli altri attentati che vi seguirono. L’apocalisse domestica e il terrorismo familiare erano assai più sconcertanti di quello che stava accadendo globalmente. Per una sedicenne di provincia la globalità era un concetto grezzo, ancora da conoscere ed elaborare. Non la conoscevo la globalità eppure mai avevo visto un simile scenario: l’America con le spalle al muro, il dollaro a piangere miseria e la cristianità sul crocefisso.

Non lo conoscevo ancora il senso della collettività, non gli davo peso perché a sedici anni si pensa solo a se stessi e l’unica cosa che veramente mi faceva paura, guardando le due torri che bruciavano,  era il volo a testa in giù di un uomo in camicia e cravatta.

Ci pensavo a sedici anni e ci penso ancora oggi: a che punto siamo del cerchio storico? Il peggio è passato oppure dobbiamo ancora incontrarlo? Mentre si cade dall’alto, consapevoli di cadere molto in basso, cosa si prova?

 twin-towers-people

 

Cartoni animati e complottismi

 

La seconda cosa che mi viene in mente quando penso all’11 settembre è ciò che stavo facendo quel giorno. Ricordo condiviso della mia generazione (1993 e vicini), quel pomeriggio stavo guardando i cartoni animati, ovviamente sulla Madre Superiora del trash, Italia Uno. Non mi ricordo precisamente quale opera nipponica stessi vedendo, ma mi piace pensare che stavo palpitando di fronte a un episodio di Dragonball Z.

dragon-ball-zTutto andava benissimo, letterina d’amore fatta, il cane del vicino non aveva bucato il pallone e Goku, come al solito, stava gonfiando di botte il coglione di turno. Poi, mentre mi preparavo assieme a lui a tirare una kamehameha su una merdaccia di nemico, la Fine. Tutto si fece buio. Arrivò l’edizione straordinaria di Studio Aperto. Già questo dava un’idea della gravità di quello che era successo, eppure non bastava. Preso dallo scoramento e con ancora in canna la mia onda energetica, presi a girare confusamente canale su canale provando tutte le combinazioni di tasti che l’aritmetica mi permetteva. Allora Mentana non riempiva il vuoto delle nostre esistenze con le sue #maratone, ma il mondo giornalistico gli stava preparando il terreno. Su tutti i canali, c’erano edizioni straordinarie di Tg con conduttori devastati che mandavano in onda le stesse immagini: due torri, due aerei. Fumo, fuoco, panico. Il ricordo finisce qui. Probabilmente spensi la televisione e andai, tutto scocciato, a giocare da qualche parte. Non afferrai molto di quello che era successo.

Più avanti ci tornai sopra. L’11 settembre non è stato l’evento che ha segnato la mia generazione. Credo che quel posto sia stato occupato dalla crisi bancaria del 2008. E’ con quel mostro che le nostre teste sono cresciute. L’11 settembre, però, tornava ogni anno e al liceo riuscivamo finalmente  a cogliere la gravità dell’evento e a percepirne la complessità. Ricordo che mentre discutevamo, come un ritornello usciva fuori un nome: Zeitgeist.

Zeitgeist è un documentario di circa due ore su vari argomenti. Potete trovarlo ancora su Youtube. Il video si apre con un’estetica discutibile data da un susseguirsi frenetico di immagini di esplosioni, vedute spaziali della Terra, schizzi di scimmie che si alzano in piedi spelandosi, il tutto coperto da una musica roboante col solo False-Flag-911scopo di creare ansia e incollare l’attenzione dello spettatore. Fra le varie questioni su cui pretende di svelarci la verità, c’è l’attentato alle Torri Gemelle. Per circa 30-40 minuti viene presentata tutta una serie di argomenti per sostenere l’idea che l’11 settembre sia stato un autoattentato deliberatamente orchestrato, probabilmente per fini economici, da membri dell’establishment americano. In generale non sono un complottista, ma ricordo abbastanza bene le sensazioni che mi dava vedere quel video e venire a conoscenza delle tesi che proponeva. Chiunque consigliasse di vedere Zeitgeist era come acceso da una luce in più, da un fuoco che divampava dentro. Era la sensazione di aver scoperto qualcosa di oltre, qualcosa che gli altri non sanno e che i grandi del pianeta non vogliono farci sapere. Era un andare più a fondo alla realtà, scoprire ciò che si cela dietro alle false informazioni di tutti i giorni. Trovare un senso ulteriore. Come ho detto, non sono un complottista e ritengo che alla base di tali teorie spesso ci siano solo dei meccanismi cognitivi facili, poveri, noiosi e inutili. Però, ricordo bene la sensazione che mi diede Zeitgeist.

Facendo un po’ di ricerche si scopre che sull’11 settembre è stato detto di tutto, come se, escludendo il Protocollo dei Savi di Sion, fosse la Madre di ogni complotto. Ma cercando meglio e riflettendo un minuto in più su ciò che si legge, ci si rende conto che, fra luci e ombre, tante delle tesi sull’attentato alle Torri Gemelle sono state smentite in modo definitivo. Eppure, quella sensazione di svelamento si appoggiava su un terreno di verità.

Qualcosa che ricordo un po’ meglio della mia infanzia infatti è la guerra in Iraq del 2003. Allora avevo 10 anni e immagini di elicotteri e notizie giornalistiche sentite di straforo volavano nella mia mente. C’era una guerra. Eravamo in Guerra. La Guerra dell’Occidente, buono, puro, sano, limpido contro qualcosa di diverso, oscuro, alieno, straniero, nero. Il mondo della libertà, della giustizia e della democrazia contro un dittatore che faceva del male alle persone e che aiutava coloro che avevano distrutto le Torri e che ancora volevano farci del male. Ma noi non viviamo in un cartone animato e la sensazione di svelamento affondava le radici proprio su questa narrazione infantile e semplicistica, che non era solo quella di un bambino ma era più o meno la versione ufficiale che le nostre autorità volevano propugnarci allora e che tuttora cercano di venderci. Sebbene siano false, solitamente assurde e ingenue, tante teorie complottiste si fondano su una verità più generale, ossia sul fatto che l’Occidente non è di per sé buono. Solo con gli occhi chiusi, si può ancora vedere la trama di fili e nodi che compongono quella narrazione. E tutte le discussioni sull’11 settembre e ciò che ne è seguito, anche il complottismo, hanno aiutato delle teste acerbe a mettere un primo piede nella realtà.

La prima cosa che mi viene in mente quando penso all’11 settembre, invece, è la tremenda razionalità di un’ombra che si lascia cadere nel vuoto per salvarsi dalla morte.

WORLD TRADE CENTER

AP Photo by Richard Drew

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