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Fleabag HO
Fleabag Got Talent

di Benedetta Bendinelli

 

Non voglio parlare male di GOT, ci mancherebbe. Mi sono al contrario sbilanciata a suo favore inserendolo nel titolo di questo articoletto. Vorrei invece, se mi è concesso, parlare male o malissimo della noncuranza generale (chissà se solo in italì) ingiustamente dedicata a un’opera – a dir poco – di classe come Fleabag. La prima stagione, andata in onda tra il 2016 e il 2017, ha raccolto un discreto successo ma ci sono voluti circa due anni prima di proseguire e terminare definitivamente con i nuovi episodi. Chi fra di voi la conosce sappia che già mi sta simpatica/o (vedi che culo) e non per un semplice cameratismo che accomuna tutti gli hater anti-GOT, anti-massa, anti-biotici e anti-tutto, ma per il fatto che Fleabag è un prodotto simpatico, dove con simpatico voglio dire caustico e quando dico caustico voglio dire intelligente. Quando dico intelligente voglio dire molte cose e da qua comincio.

Fleabag è una cosiddetta serie-di-nicchia, per un semplice motivo: si tratta di una produzione britannica distribuita dalla BBC, il cui canale web risulta inaccessibile dai server italiani, e trasmessa world-widely da Amazon Prime, non ancora propriamente popolare quanto il cugino Netflix. Io stessa sono arrivata in ritardo rispetto al mio amico Lorenzo che si spulcia da cima a fondo tutte le nuove interessanti proposte dell’internet. Insomma non è difficile trovare Fleabag, è  difficile imbattercisi.Continua a leggere…

Via maneki neko, un racconto di P.T. Caudullo Three Faces HMVia Maneki Neko

di P. Tiziana Caudullo
Illustrazione di Elisa Buracchi

 

Quando sono nato mia madre non ha sofferto e papà era tornato da lavoro in anticipo, giusto pochi secondi prima che le si rompessero le acque.

L’ospedale più vicino si trovava a 25 km di distanza da casa, dall’altra parte della città. L’idea di chiamare un’ambulanza era stata esclusa: mio padre sapeva che tra ricezione della chiamata, definizione dell’urgenza, accettazione e partenza ne sarebbe passato di tempo, e aveva convinto mia madre sarebbe stato meglio non contarci.

Le possibilità di percorso in auto erano due, ne avevano parlato a lungo prima della mia nascita: la prima prevedeva il passaggio da una serie di stradine del centro ad una corsia, poco affollate ma piene di curve, stop e semafori, per non parlare della seria probabilità di imbattersi in dei lavori in corso, incredibilmente frequenti considerato il negativo del bilancio comunale; l’altra alternativa era la tangenziale che si sviluppa intorno alla città, una via scorrevole che si trasforma in una trappola nell’orario di rientro dei lavoratori.

Certo, averne discusso non era servito granché sulla scelta: testa o croce. Il borsone con cambio, effetti personali e documenti era pronto, non restava che prendere le ultime cose e partire. Aveva vinto croce: le vie del centro.

L’indicatore luminoso affermava che l’ascensore stava per arrivare da almeno cinque minuti.

Quattro piani di scale non sono tanti, ma sommati ad una gravidanza di nove mesi, all’occorrente per il ricovero sulle spalle e all’agitazione pre-parto le stesse quattro rampe fanno un altro effetto, il che aveva portato i miei ad aspettare ancora un minuto, e poi ancora un altro. Nel frattempo, un piano o due più giù, si sentivano passi svelti e voci agitate avvicinarsi. – Dai, su! L’ascensore è bloccato, dobbiamo sbrigarci! – Continua a leggere…

 

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